di Fulvio Sarzana di S.Ippolito, Avvocato in Roma.
Il divieto trattava allo stesso modo TikTok e WhatsApp, un bambino di 8 anni e un ragazzo di quasi 15. E per applicarlo avrebbe chiesto un documento anche a milioni di adulti.
Il 14 agosto 2026 il Conseil constitutionnel ha dichiarato contrario alla Costituzione l’articolo 1 della legge francese che vietava l’accesso ai social network ai minori di 15 anni (decisione n. 2026-911 DC). Il Parlamento aveva approvato il testo in via definitiva a fine luglio e l’obbligo sarebbe scattato il 1° settembre.
Il perimetro della legge era largo: TikTok, Snapchat, X, Instagram, ma anche le funzioni sociali di YouTube, le app di messaggistica come WhatsApp e Messenger, alcuni giochi online.
La premessa
Dall’articolo 11 della Dichiarazione del 1789 il Conseil ricava una conseguenza che varrà ben oltre questo caso.
Chi viene escluso da un servizio di comunicazione online subisce una limitazione della libertà di esprimersi, perché è lì che passa oggi una parte consistente del dibattito pubblico. L’accesso alla piattaforma entra così nel perimetro della libertà tutelata, insieme a quello che sulla piattaforma si scrive.
È un passaggio fondamentale.
Il divieto di iscriversi a una piattaforma smette di essere una misura di polizia amministrativa sul commercio elettronico e diventa una limitazione di una libertà costituzionale, valutata con il test di adeguatezza, necessità e proporzionalità.
Il fine perseguito dal legislatore, invece, regge. La protezione dell’interesse superiore del minore, che i giudici francesi ancorano agli alinea 10 e 11 del Preambolo del 1946, è un obiettivo costituzionalmente legittimo. I pericoli che le piattaforme creano agli adolescenti restano nella decisione come un dato acquisito, mai discusso.
Cade il mezzo scelto, per quattro ragioni.
La prima: il divieto colpiva in blocco servizi molto diversi, senza verificare quali rischi ciascuno produca davvero. Un social a raccomandazione algoritmica e una chat di gruppo finivano nello stesso recinto.
La seconda: colpiva in blocco tutti i minori sotto i 15 anni, senza graduare per età, maturità, situazione familiare. Un ragazzo di 14 anni e 11 mesi era trattato come un bambino di 8.
La terza: il divieto non ammetteva alcuna autorizzazione dei genitori. Un padre convinto che la figlia di 14 anni potesse usare Instagram non aveva modo di dirlo.
La quarta riguarda la privacy, ed è quella che avrà più conseguenze pratiche.
Per far rispettare la soglia dei 15 anni, il sistema di verifica dell’età avrebbe imposto a tutti gli utenti, adulti compresi, di dimostrare la propria età alle piattaforme. Il Conseil rileva che la legge non accompagnava questo obbligo con garanzie sufficienti sul trattamento dei dati personali.
Trent’anni dopo Reno
La traiettoria ricorda quella di Reno v. ACLU, la sentenza con cui nel 1997 la Corte suprema statunitense demolì il Communications Decency Act.
Anche lì la protezione dei minori dai contenuti dannosi veniva riconosciuta come interesse di primaria importanza, e anche lì la norma cadeva perché sacrificava una quota eccessiva di comunicazione costituzionalmente protetta.
Reno parlava dei ” forums of the Internet”, con una fiducia nella rete che oggi suona di un’altra epoca.
Più in particolare, Reno riguardava una restrizione penale fondata sul contenuto e il Primo Emendamento; la decisione francese riguarda anzitutto la libertà di accesso dei minori stessi e ragiona in termini di proporzionalità.
Soprattutto, Reno non è più il precedente che era.
Il 27 giugno 2025, con Free Speech Coalition v. Paxton, la Corte suprema ha confermato con 6 voti contro 3 la legge del Texas HB 1181, che impone la verifica dell’età ai siti in cui più di un terzo dei contenuti è “harmful to minors”. L’opinione di maggioranza, scritta da Clarence Thomas, applica lo scrutinio intermedio e non quello stretto: i minori non hanno un diritto costituzionale ad accedere a materiale osceno per loro, e l’onere che ricade sugli adulti è qualificato come incidentale.
Il passaggio che interessa di più a chi scrive regole in Europa è quello sul tempo trascorso.
Reno e Ashcroft II, osserva la Corte, riguardavano “the internet as it existed in the 1990s”, senza smartphone e senza streaming. Con la diffusione dei dispositivi mobili, il filtraggio affidato ai genitori sul computer di casa smette di essere l’alternativa meno restrittiva che quelle sentenze davano per scontata. Da qui la conclusione che la verifica dell’età, in sé, non è incompatibile con il Primo Emendamento.
Il dissenso di Elena Kagan chiedeva invece uno stretto scrutinio sui contenuti e insisteva su un punto che il Conseil constitutionnel ha fatto proprio per altra via: molti adulti rinunciano a un contenuto lecito pur di non farsi identificare. In Francia quell’argomento non passa dal test di scrutinio ma dalla tutela della vita privata, e produce lo stesso risultato pratico, cioè la richiesta di garanzie sui dati raccolti per accertare l’età.
Messe insieme, le due decisioni delimitano un campo abbastanza preciso. La verifica dell’età sopravvive al giudizio costituzionale quando è mirata a una categoria di contenuti o di rischi definita e quando i dati che raccoglie sono protetti. Il divieto generalizzato di accesso a un’intera classe di servizi, con identificazione di tutti gli utenti, non ci arriva.
Cosa significa per l’Italia e per Bruxelles
La decisione arriva mentre in Europa si muovono più cantieri nella stessa direzione della legge francese.
Il Parlamento europeo, con la risoluzione del novembre 2025, ha chiesto di fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social, con deroga tra 13 e 16 anni previo consenso dei genitori. La Commissione lavora al Digital Fairness Act, atteso entro la fine del 2026, e ha già pubblicato le linee guida sull’articolo 28 del DSA insieme al progetto di applicazione europea per la verifica dell’età, destinata a confluire nel portafoglio di identità digitale.
In Italia il quadro è frammentato. L’articolo 2-quinquies del Codice privacy fissa a 14 anni la soglia per il consenso ai servizi della società dell’informazione. AGCOM ha imposto la verifica dell’età per i siti pornografici con un meccanismo di doppio anonimato, che separa chi certifica l’età da chi eroga il servizio, ma che lascia aperti molti interrogativi sulla reale applicabilità della misura.
In Senato è fermo da mesi un disegno di legge sull’età minima per i social, che ogni fatto di cronaca riporta in cima all’agenda.
Chi scriverà queste norme farà bene a leggere la decisione francese come un elenco di errori da non ripetere. Un divieto uniforme, applicato a servizi eterogenei e a minori di età diverse, senza spazio per la responsabilità dei genitori, ha buone probabilità di non superare il vaglio di costituzionalità. Lo stesso vale per una verifica dell’età che trasformi l’accesso a una piattaforma in un atto di identificazione generalizzata: da questo punto di vista molti dubbi genera la soluzione ipotizzata dall’AGCOM per l’age verification.
Emmanuel Macron ha incaricato Sébastien Lecornu di preparare al più presto un nuovo testo “giuridicamente solido”. Il divieto dei telefoni cellulari nei collège, che il ricorso non toccava, entra comunque in vigore il 1° settembre.
Il disegno di legge italiano fermo in Senato è costruito sullo schema che a Parigi è appena caduto: una soglia unica, un divieto uniforme, nessuna graduazione per tipo di servizio. Se dovesse arrivare in aula in quella forma ci si troverà probabilmente nella stessa situazione che ha giustificato l’annullamento francese.
